PARTE II. 3o5
Harme lasciato i grappoli riarsi :
La cosa è qui ; che debbo far ? ConvieneCercar ne’duri tempi un buon consiglio:
Se vien la roba men, farò che menoVegnan le voglie , ed in bilancia pariPeserò la vaghezza e la possanza.
Un mantel di frisato e non di felpaPorrommi intorno ; e non andrò qual vermeDi seta ricoperto ; al mio ragazzoDarò commiato , e salderò suo couto.
Co' Pollajoli farò briga , in sommaLa Bita coeerammi un po’ di bue :
Ma quanto a’ fiaschi io gli vorrò di Chianti,
E son certo indovin , che la pancacciaIl becco batterà : deh che intervenne ?
Qual meraviglia ? Or tu , Riario , prendiIn tanti mormorii la mia difesa,
E dà risposta a’ nostri Salomoni :
Di’ che non è viltà lo spender poco :
Vile sarò se speuderò 1’ altrui.
Cuoco non ho ; ma d’altra parte IsnardoNon mi tien debilor dentro al suo libro.
Non metto piede in bisca, ma nou scansoIl sarto, percb’ ei sia mio creditore.
È gusto sgretolare una Pernice ,
Dispogliare un Cappon , mirar la fanteRecarti in un bel piatto una gran LacciaCon buon savore ; è gusto, io non lei niego ;
lle J petto io non ho molto coraggio,
E lascio sgomentarmi dalle stincbe.
.* l “ c ® d Truffa , cancaro a' pensieri :
T '' fT i ^ avv enir ? Godiamo intanto.
ìu a , a tua dottrina a me non piace,
Lo spensierato h a da p ensar po i troppo.
Putto ciò che ne piace in questa vita,