336 BUIE DEL ClUABRERA.
Miseramente logorati, e marreA che più state in nostra mano ? e quiviTrassegli iu terra. Alla dolente vistaCordoglio mi sorprese , e procacciai^Ragionando agli afflitti dar conforto ;
Poi mossi ad appiattarmi entro d’un boscoDi quercie, che fur spiche al secol d’ oro.Quivi in petto volgendo i dì presenti,lo cantai meco del figliuol d’LsaiD’alte parole. Seco disse il folle ,
E nulla del pensar che ci sia Dio ;
Quinci bramaro abbominevol opreGuasti gli uomini affatto, e sulla terraChe si volgesse al ben non fu pur uno :Dall’altissimo campo delle stelleDio diede d’occhio, e rimirò s’alcunoAveva senno, e si volgeva al cielo :Traviossi ciascun dal dritto calle;
Indarno era lor vita, e sulla terra,
Che si volgesse al ben non fu pur uno.
Sì fatte note m’ingombravo il pettoDi timore agghiacciato, e sulla fronteArricciommisi il crin per lo spavento,Immanleneute diventai di smalto.
Tal qui mi vivo , o Carminati , e voi ,
Che fate in mezzo alla città di Giano ,Mercato ampio di Europa , ove trascorreAd ora ad or la novelliera fama ?
Che dipinge il Borzon, di cui le teleTrionfar sanno d’ogui tasca avara,
Tanto son vaghe a vagheggiar? Che dettaOggi il Cavalli mio , per cui s’ arrogeUsura Musa alle Donzelle Argive,Abitatrici delle rive Ascree?