352 RIME DEL CtlIABREIU.
ludi ia Tal d’Àcheronte egli sen vola ;
E dove rimbombando atra forestaTartaro inonda tra sulfurei gorghi ,
Ivi ben selle volte ella la bagna ;
Poi dell’orride piume il negro voloTutto rivolge alle campagne apricheDel chiaro mondo; e dove erbette, e fioriSmaltano delle valli il chiuso gremboLa più soave primavera miete,
E l’appestata tela empie d’odori.
Mortale inganno; indi trovava AretaDell’ alto cielo al gran Rettor diletta.
Viveva Areta in solitaria piaggia,
Ma chiara molto ; sì di ciò, eh’ invogliaMostre vaghezze e che cotanto bramaIl forsennato mondo , ella era schiva :
Erano suoi conviti erba di prato ,
I rivi il suo Falerno ; e se per 1’ altoFebo sferzava ad illustrare il Cancro
II cotanto di rai sparso Pìroo ,
O s’ ei facea col Capricorno albergo ,
Ella sul terren duro amava il sonnoDare alle stanche membra ; ed indi in pianti »Indi in sospiri , indi in preghiere ardentiFacea vedersi alla bontate eternaMercè chiedendo : il di costei sembiantePrese lo spirto abitator di Stige ;
Ed aspettò che la Reina ElviraSenza corte de’ suoi facesse chiusaDimora dentro dal reale albergo :
Aller fassi veder ; ma bigio involveManto sue membra, e di sprezzati veliTutta copria la scarmigliata chioma ;
Ambo le guancie di pallore otfese ;
E sotto il ciglio rosseggiavan gli occhi