354 RIME DEL CulABRERÀ.
S 1 alcuna in tanto (luci può’lusingarmiNon vana speme, e se gli spirti afllittiOsano ricercar qualche sostegno ,
Solo il sanno trovar nel franco pettoE nell’alta virtù del gran Menapo :
Or se pegno sì caro a me conservi,
Se mel difendi , io fin che miri il sole ,
I<’in che 1’ anima mia meco soggiornaNon sarò più di te, che di ine stessa ?
Sì disse Elvira , a cui rispose il mostro :Non ti dà la mia man l’alta venturaChe tanto apprezzi , ed accettar non deggli teuor delle lodi onde m’ onori ;
Lodisi Dio : nel così dir s’ inchinaSegno di riverir 1’ altiera donna ;
Nè più fe’ motto ; ma levossi, e sparve ;Sparve come talor nube di fumoAl trasvolar di boreal bufera;
Ma d’ Elvira i pensier furo sorpresiDa meraviglia, e le nudriro il pettoDi non usata in core uman dolcezza ;Corsero poscia le dorale roteDell’ almo Febo , e si lavaro in fondoDelle del gran Nereo piaggie ondeggianti,E diede bando alle cure aspre il mondo :Ma quando apparve l’Acidalia stellaCara del chiaro giorno apportatriceSi mosse Elvira, e ritrovò MenapoSoletto in letto: ivi gli diè contezzaDella venuta vecchiarella , e comeLasciò lo scampo per la regia vita :
Al primo suon della novella uditaScossesi il P»e giocondamente, e sorseA seder sulle piume ; indi circondaTre volte il collo alla consorte amata