LIBRO SESTO. 161.
to degne, tanto vtile,& tanto neceſſar ie alla vita de gli huomini, non giudica-vo che e fuſſe da farſi beffe, delle coſe, che a me, che voleuo ſcriuere mi fi faceſsino ſpontanamente incontro. Et penſauo che fuſsi officio d huomo da bene& ſtudioſo, lo sforzarſi di liberare queſta ſcientia, la quale ſempre i piu ſa-ui antichi ſtimarono aſſai, dalla ſua annichilatione& rovina. Et coſi ſtauo indubio& non mi ſapeuo riſoluere, ſe io tiraſſe dietro alla Impreſa, o pur menetoglieſſe giuſo. Vinceuami molto alfine lo Amore di tale opera,& la caritàdi tali ſtudii, et a quel’ che non fuſsi itato a baſtanza lo Ingegno mio, ſopperi-ua vno ardente ſtudio,& vna incredibile diligentia. Non era coſa alcuna in10 alcuir luogo delle opere antiche che vi riſplendeſſe alcuna lode, che io ſubitonon andaſsi inueſtigando fe io da eſſa poteſsi imparare coſa alcuna. Andauaadunque inueſtigando, conſiderando, mi ſurando,& diſegnando con pitturaogni coſa, non ne laſciando alcuna indietro in alcun luogo, fino a tanto cheio haueſsi conoſciuto interamente& poſſeduto tutto quello che da qualun-15 che ingegno o arte in fi fatti edifitii fuſſe ſtato meſſo in operaʒ Et in quel mo-do alleggeriuo la fatica dello ſcriuere gon il deſiderio& con il piacere delloimparare. Et veramente che il raccorre inſieme,& raccontare con dignità,& collocare con ordini ragioneuoli,& ſcriuere con accurato ſtile,& moſtra-re con vere ragioni tante varie coſe, tanto diſuguali, tanto diſperſe,& tantoao aliene dall'ufo,& cognitione de gli huomini, era al tutto offitio di huomo diiu qualità,& di maggior dottrina, che io in me non conoſceuo. Non mi pento,& non mi dolgo punto di me ſteſſo fe io hd pur conſeguito quel’ che io haueua ordinato che coloro, cioè, che leggieranno habbino piu caro, che nelmio dire io rieſca loro piu toſto facile, che troppo eloquente. Laqual coſaquanto fia difficile nel trattare ſimili coſe lo conoſcono piu facilmente colo-ro, che ne hanno fatta eſperienza, che non lo credono coloro che non hannoeſperienxa alcuna. Et fe io non mi inganno, le coſe, che noi habbiamo ſcrit-te, le habbiamo ſcritte di maniera, che non fi negherà che le non fieno ſcritteſecondo le regole di queſta lingua,& intenderãnoſi ancora aſſai bene. Que-30 fto medeſimo in quelle coſe, che ſeguitano ci ingegneremo di fare per quan-to potranno le forze noſtre. Delle tre parti, che fi aſpettauano a tutte le ſor-ti de gli edifitii, accioche quelle coſe, che noi muraſsimo fuſsino accommo-date{fecondo i biſogni, ſaldiſsime per durare gran tempo,& gratioſiſsime&piaceuoliſsime, eſpedite le prime due; ci reſta a eſpedir la terza digniſsimapiu che tutte l'altre,& molto neceſſaria.
Della Bellezza, dello ornamento,& delle cofe,sche da effe procedono,& delle loro df-
ferentie,& che egli fi debbe edificare con ragioni uere, et chi fia il padre o. Alummo del.
le Arti. Cap. II.4°pro veramente, che la gratia,& la piaceuolezza non deriui daltronde
che dalla Bellezza& dallo ornamento, indotti da quefto, che e non ſen-tono che fi truoui alcuno tanto maninconico, tanto groſſo, tanto rozo,& tan-to villano, che non gli piaccino grandemente le coſe belle,& che non vadia
dietro, laſciate tutte le altre, a le piu addorne,& che non fia offeſo da le brut-0 iii
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