AL generale acton 6q
ai 9 di febbraio, giorno dell’arrivo in Napoli del baronedi Palmquist. La sola e nuda narrativa delle cose in que-sto tempo accadute sarà quella che determinerà l’opinionee la sentenza del pubblico sull’impugnata protezione dellavostra Corte verso questo traditore. La semplicità dirigala penna dello storico, e il pubblico stesso di Napoli (guar-date se ho paura) sia quello che decida se la verità è statatradita. E voi intanto accordatemi da sedere, discretissimosignor Generale, e sentite.
La domenica dei 9 febbraio 1794, poco prima delle ven-tidue, arrivò in Napoli un cutter svedese, facendo il suosaluto colla solita salva, a cui fu risposto dalla Fortezzacolle debite formalità. Il barone di Palmquist, comandantedel bastimento, mandò subito in terra degli ufficiali ad in-formarsi dell’abitazione dei signori André, padre e figlio,uno agente e l’altro console generale di Svezia , non menoche del vice-console, acciò per loro mezzo il signor gene-rale Acton fosse fatto consapevole che il barone di Palmquistdesiderava subito una segreta udienza da S. M. Siciliana ,e da lui medesimo. Quest’ordine fu prontamente eseguito.
Non aveva il cutter finito di ancorarsi nel porto, chevenne un Volante di Corte con un biglietto a rniledi Munck,la quale corse immediatamente ad avvisare di questa ve-nuta il barone d’Armfeldt, che da molti giorni già stava inuna orribile agitazione, presago, per le lettere che veni-vano da Genova e da Livorno , di quello che gli doveva ac-cadere (1). Fu inesprimibile l’orgasmo, in cui lo gettò l’ar-
(1) Questo passo ha bisogno d'una nota importantissima e niente bre-ve. Le lettere, di cui si parla, son quelle che miledi Munck riceveva re-golarmente da Genova e da Livorno , riguardanti la persona e i peri-coli del suo barone; c la comunicazione delle medesime si operava inquesta maniera. Rispettando miledi le gelosie della principessa Menci-koff, coabitante col barone nella stessa locanda, si portava personal-mente al di lui albergo, e mandava la sua ambasciata all’amico. Egliscendeva al portone, e allo sportello della carrozza leggeva non tanto lelettere a sè dirette, che la buona miledi gli recapitava e gli riscuotevasotto la propria direzione, quanto quelle della stessa miledi; e le une e