Dialogo Settimo. 147
«ch’io carpi l’ali ad alquante palombelle, o pi-vieri, e gli lasci vagare con libertà pe’vostriorti, esatto il tutto .
Cont. E’ verissimo. Anzi a questi anni ad-dietro ve ne avea mesti parecchi -, che mi ser-vivano a maraviglia. Magli uccelli >da predame gli hanno sperperati a un per volta tutti-quanfi.
Cav. Conosco un gentiluomo, che praticaun altro metodo, eh’è migliore. Tiene nonso quante cicogne domestiche , venutegli diGermania, ed allevate in un indio collocatonel mezzo d’un certo vaso, il quale è compo-sto di due cerchj diserro. Questo vaso si solle-va su in alto, raccomandandolo a un piedistal-lo , in su la banderuola del tetto. Le cicogne ,che hanno un occhio acutissimo,osservan di las-sù ogni bruscolo, che li muove. - e se vedonbrulicare un ghiro , o brancolare una talpa, opassare una lucertola, o strisciare una serpe,subito le saltano addosso, e la divorano. Cosìpure istruiscono i lor cicognini a predare.
Cont. Cotesti uccelli son capaci di risparmia-re al padron che li tiene, molti disturbi.
Queste , Cavaliere mio caro , son le primenozioni generali, per modellare un giardino.Apprendiamo ora ad assestare una pianta > Aun-ghiamoci qui a sedere, e legghiamo le memo-rie inviatevi dal Signor Priore.
Cav. Ecco fatto. Principiamo da capo.