Dialogo Secondo. 43
tosto danno, che utile.- conciosiachè la natu-ra non line quare ha corredate le piante diqueste parti, O) Voi ben sapete, eh’elle necavan de'gran soccorsi , e che, compiuto difare il loro ufficio, ammortiscon per sè me-desime, senza chel’uomo si prenda briga d’aiutar la natura, o di corregerla, quasi cheaveste fallato.
Cav. Ma non si fa egli appresto a poco così,quando si schiariscon le frutte sull’albero, esene decima una porzione, s’ei se ne caricadi soverchio ?
Ptjor. None mica vero. Ciò che voi ditenon è. un correggere la natura. Duomo è pa-drone dHcerre tra la quantità e la qualità,qualdelle due più gli piace. S’egli ama meglio diraccor manco frutte, ma prelibate, che mol-te , ma più inferiori ; non commette verun di-sordine a decimarne una parte, per migliorarele rimanenti: e questo è ciò, che sàviamentesi fa neU’allevare i poponi. Allorchèria per-sona è sicura di poterne corre due o tre de*perfetti da un medesimo ceppo, ne può rese-car tutti gli altri, acciocché i primi venganpiù vigorosi, e più belli.
Ma quandò le notti principiano ad addolcir-si,si levan via le campane, ond’eran coper-perti , e dalli lor agio di godere il benefiziodell’ aria aperta, e il refrigerio degli spesseg-giati innaffiamenti . Arrivati che siano allagrossezza d’un pugno , s’ adacquano ognitre giorni una volta : e giunti finalmentealla sua piena grandezza , non s’innaffianopiù, slantechè la medesima arsura infonde nelloro sugo unsapor più vinoso, e più dolce,
sa) Vedi la zParte. ;Dial.14