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Tomo quarto.
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Dialogo Terzo. 49

sinnoîtrano . Mirate di grazia , che grosseglebe prendono a rivoltare! Vorrei sapere, setutto quel colto, eheffi hanno arato, è or ca-pace di seminarsi.

Prior. per adesso. Convien ripassarlounaltra volta coll' aratro, ed indugiare a semi-narlo a Settembre.

Cav. Poveri sfortunati / Molto laborioso èquesto loro mestiere. Mi muovono a compas-sione.

Prior. Lodo la vostra pietà. Ma molto pisidegni di commiserazione siam noi qualora cistiam scioperati. Costoro finalmente tengonla linea diritta.

Cav. E vero. Mainquestamedesimalineavi son certi nodi, e certi ossi duri, eh'io nonposso inghiottire. Mirate sio dico il vero. Sio mi coltivo una pianta di gelsomini, di ga-rofani, odi giunchiglie, questo è per me unesercizio, che mi serve di passatempo; mas iomi metto a coltivare un campo di biade, souna fatica insoffribile. Non dovrebbegli se-guire tutto loppositol Lo lascio giudicare avoi steste. Che un uomo sia costretto a fatica-re , per procacciarsi delle giunchiglie o degel-somini ; tutto va bene ; lelezione sta in sualibertà. Ma ehei debba affaticarsi, per averdel pane, non la so intendere. Mi parrebbe,che una cosa si necessaria non dovesse costarglinulla. t

Prior. V avversione, che tutti abbiamo al-la fatica, ne suggerisce naturalmente un tal ra-ziocinio . Ma se lautore della natura ha volu-to , che questa fatica sia inseparabile dal!' essernostro, farem noi petulanti, che osiamo diT om. W. D que-