Dialogo Quarto. nz
«e, concesso, che Tacque del mare camminino perqualche via sotterranea due otre centinaia di«i leghe, per arrivare alle falde d’un alta monta-sti gna, dove son poi que’fornelli, che sommin i-liffi strino incessantemente il calore proporzionato«i per lambiccam e, e farne esalare in alto i vapo-ra ri? Ma via, voglio ancora accordarvi, che» trovili sottoterra un grado di calore, valevole» a rarefarle, e a convertirle in tante nuvole:ita dove sono quelle spaziose caverne di secento ,là o settecento piedi d’altezza, che colla frescu-tii ra delle lor volte vagliano a condensar questeS,t nuvole? Dovunques’e scavato, e visitato Tlai: interior della terra, sia in piano, sia in moti»jîci; te, non ci è riuscito giammai di rinvenire ca-tp verne tali,ondei sopraddetti vapori potesserout sollevarsi liberamente sin all’altezza delle fon-:® tane, che portan Tacqua ne'sitimi. Tuttiot questi lambicchi sono altrettanti castelli ina-( 4 j ria, cioè a dire immaginari, efittizj.jiîji Cav. Mi si presenta al pensiero una nuovaragione, la quale mi persuade tanto più ari-gettarli. Imperciocché, quand’anche ci riu-jp scisse di radunare a pie de' monti Tacque del0J5* mare, e ci sortisse di ritrovare quincentro unS jji> calor sufficiente a far salire ì vapori delle me-ili; desime sino alla metà dell’altezza di questijjjjj monti, tuttavia non se ne potrebbe cavare unmenomo rivolo d’acqua dolce. I vapori, ondejjjult rimarrebbe appannato il concavodelle grotte,non si fermerebbono nè sulle pareti, per quiviformare una fontana alla banda, ma ricade-vi: rebbono tutti a basso, e tornerebbono arm-àdi ni rii coll’acqua falsa.
, (<: Prior. La vostra osservazione mi quadra.
Tom. V. H Ciò