Dialogo Qaurto. izz
®i'> allora alla natura dell’acciaio, il quale non èaltro, che semplice ferro, purgato dalla sua®i;, scoria. Per (spogliarlo più che Ti puòdiotìe-â sta scoria, che lo contamina, fa duopopor-gli a ridosso i mentre si fonde, una materia“fc di tempra tale , che vaglia ad assorbire in
■i ' sè stessa buona parte di quelle particelle ter»
ricce, che v’erano incorporate , senza intru-di dersi nelle parti metalliche. Or la castina è
Uà giusto il caso per qùesto effetto; Le arene,
it« ed i sali della castina , venendo a separarli
L nel fuoco, tanno ala al ferro fonduto, accioc-
ui eh'ei scorra liberamente, e si ritengono nel
l»s tempo stesso buona parte di quella materia
« fangosa, che v’eràframmescolata- Alla man-ti® canta della castina fi può supplire colla ghia-ia; iaj o rena grossa de’fiumi; le di cui parti-tili celle stritolate dal fuoco purgano il ferro da
tini tutte quelle scorie , o materie terricce già
(fflif calcinate, cui possono aggavignare, e sorbi-
léi re. La calce, che dà ipolti fonditori s’ado-
Ét pera in vece di castina o di ghiaia, essen-
Mif do perse medesima una spezie di terra calcina-io ta, non assorbe niente, non depura, ma piutto-
« sto imbratta il ferro. Il più, eh'ella possa sa-lii re, èd’impedire, che’l fuoco non si disperda ,
dolili- ma li concentri in sè stesso, come fa la casti-
( 'B na, e la sabbia, le quali materie, essendo di per
int.i sè grevi, e costipate, col soprapporli al carbo-ni ne, ed alla vena del ferro, rivolgono tutta l’at-
y fi ti vità del fuoco verso il medesimo ferro, ed il
pi fanno roventare più presto,
,j.| E Cav. Ciò non è guari dissimile da quelloIdi che ho veduto fare i maniscalci, i magnani,j„(, e tutti i fabbri, che lavoran nelle fucine ; am-bi' mas-