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PARTE II.
Tepidi d’Àustro, sicché sprezza il verno ;
E quando poscia Febo allunga il giorno ,
È percosso da zefiri, per modo ,
Che la calda stagion non si bestemmia.
Di qui veggo i nocchieri a piene velePasseggiar la campagna di Nettuno :
E posso , quando il ciel non sia velato ,Tanto quanto veder le ricche ville ,
Onde son nostre arene alle, e superbe.
Qui mi riparo, e dal rumor plebeoInvolo i giorni , e colle Muse io vivo,
E fommi Gittadin del bel Permesso ,
E ben mi so, che Poesia vien deltaEra noi felicità disfortunata,
Picca di povertà ; ma ci dimostriSciocco Rialto , o Padovana scola,
Sciocca più , che Rialto , ove soggiorniLa verace quaggiù felicitate.
"Visti ho lungo la Dora il sì famoso13aslion verde , e dentro il lago OcneoHo veduti dappresso i regii tetti,
E d’Aruo in riva 1’ ammirabil Pitti :
Ma non vi rimirai la bella donna,
Ond’io ragiono: vi mirai speranzeMal affrenale , vi mirai timori ,
Vidi, che odio , ed Amore il suo soverchioIvi adoprava , e non vi vidi in sommaUomo , che usasse un uom chiamar felice.Perchè dunque sprezzar gli spazj angustiDella mìa capaunola , ove tal voltaNon sdeg na di apparire il grande Omero,
E tal volta di Pindaro si ascoltaLa cetra degl; Eroi coronatrice.
U Pier Giuseppe, ore verran , che l’oroPorranno a ruba; e che gli scettri eccelsi