PARTE QUINTA 55^
chi non vede che anche per ciò viene a in-dursi tra gli amici una certa egualità? Egua-lità vi si induce ancora per un’altra ragione;perchè essendo gli amici, come ora vogliamsupporre, virtuosi, quello che è inferiore digrado, non può soffrir lungamente di usartutte quelle cerimonie che gli uomini hannointrodotte per ozio, e che egli sa e conosceesser vane. E l’altro amico che e superioredi grado, non dee voler soffrire che egli leusi. Così facilmente si ridurranno a trattarsicon domestichezza, e come se fossero eguali,salvo se si trovassero in pubblico ; nel qualcaso, se son veramente virtuosi, obedirannomal volentieri all’ usanza , ma pure obediran-no. Quindi è, che i principi e generalmentei superbi non sono atti all’ amicizia, non po-tendo loro soffrir l 7 animo di uguagliarsi maia veruno in che che sia.
SENTENZA QUARTA.
E anche passato in proverbio che l’amicotl ’ o ur)0 è un altro lui stesso : (pi/Lot; dÀÀogavrog } scrisse Aristotele; e Cicerone , amicus-alter idem. Come ciò possa intendersi, lo spie-gheremo in due maniere.
In primo luogo, non è fuor dell’uso co-mune il dire che ciò che è simile, sia lostesso. Chi è che veggendo il ritratto di Ce-sare assai simile, non dica tosto: ecco Cesa-re , egli è desso ? Che se la similitudine, comeinsegnano gli scolastici, tende all’unità, es-sendo gli amici similissimi tra loro di volontà