PARTE QUINTA 573
dee però poter dirsi propriamente amico dise stesso; perciocché l’amicizia vuole neces-saviamente scambievolezza, la qual non puòritrovarsi in un soggetto solo; e se Aristotele argomentava non poter l’uomo dirsi giustoverso se stesso, non potendo essere verso sestesso ingiusto, perchè non doveva egli si-milmente argomentare, non poter l’uomo dirsiamico di se stesso, non potendo essere di sestesso nemico?
I Fin qui abbiamo detto dell’ amicizia, cheè un raro dono del cielo, e poco da gli uo-mini conosciuto ; i quali l’hanno disonorata,imponendo lo stesso nome a tutte quelle co-noscenze e famigliarità comuni per cui siconserva una certa società tra gli uomini, eche nascono per lo più dal bisogno , e alcunavolta dal piacere. Nè sono però cattive; anzison buone, e giova averne molte ; ma nonbisogna confonderle con quella perfetta ami-cizia che lino ad ora abbiamo descritto, nèesigerne gli stessi ufficj. Nel che molti pec-cano, i quali essendosi trovati con uno treo quattro volte ad un convito, et avendonericevuto alcuna cortesia, et avendogliene fattaalcuna, cosi subito lo chiamano amico, e ri-chieggon da lui tanti ufficj, quanti appena neavrebbe richiesto Pilade da Oreste . Per laqual cosa bisogna ben distinguere queste ami-cizie imperfette da quella perfettissima di cuiabbiamo trattato, e non esigerne più di quelloche a ciascheduna si conviene; avendo semprein mente che la vera amicizia vuole aversicon pochi; la cortesia, la gentilezza, la gra-zia , con tutti,