CAPITOLO 11. 77
ton e Ferber, atklucendone insieme una plau-si b i 1 cagione, che è quella de’ vapori acido-sulfurei che escono della Solfatara, e che incopia infinitamente maggiori escir dovevanoquando era nel suo vigore l’incendio, i qualia poco a poco penetrando le lave, le hannoinsensibilmente rammollite e imbiancate. E divero somiglianti cangiamenti osserviamo avve-nire ad un pezzo di nera lava agii aliti del-l’ardente solfo per un tempo debito esposto.Solamente non sussiste che dette lave si sicnomutate in argilla, siccome vorrebbe il nomi-nato Svedese , giacché per le analisi chimicheapparisce che in esse preesisteva colai terracombinata ad altri principi, e non ha fattoche manifestarsi per la tolta aggregazione pro-dotta da’ sunnnentovali vapori.
Non è tampoco esattamente vero che le pa-reti della Solfatara per ogni lato bianchegginoe sieno decomposte , siccome leggiamo nel Li-bro di Ferber ; tali essendo bensì quelle cheguardano il sud, ma non già l’altre situate di-versamente, ed in ispezieltà le esposte al nord,quivi essendo nericcie e poco o nulla scom-poste. E l’abbate Breislak , direttore della Sol-fatara, e col quale io la esaminava , spiega as-sai bene cosiffatto divario, osservando egli chel’acido sulfureo è meno possente a scomporrele lave, ed esige più tempo, ove a molta umi-dità vada unito ; e questo umidore dovrà es-sere più scarso al meriggio, dove il caloricosolare è più forte. Di fatti due mesi di esala-zione sulfurea umidissima, dentro cui egli tennealla Solfatara un pezzo di solida lava, non pro-dussero in lei la più picciola decomposizione.