Dialogo Secondo. 33
a fondo tra la terra, e la belletta, per quinciestrarre le conchiglie, ed i vermi, che sono illorcibo, hanno un collo lunghissimo, ed unbecco disorbitante. Questi sono i loro strumen-ti, per diveltare la terra, e frugolare trai fan-go , dove ritrovano il lor bisogno.
Il piviere, che fi procaccia il suo vitto in n psyieuna maniera tutta diversa dagli altri uccelli, è re.anche formato in una foggia difserentissima, etotalmente particolare. Egli ha il becco tra-lungo, e forte, e duro oltre modo. La sualingua è appuntata, d’una lunghezza staordi-naria , ed oltre a ciò premunita di minutissimepuntereste, e verso l’estremità sempre impa-niata di vischio. Ha le gambe piuttosto corte,con due unghie dinanzi, e due di dietro, i’unee l’altre ben ri torte .Tutto questo apparecchioè relativo al suo modo di predare, e di nutrir-si. Il piviere campa di que’vermetti, o tarli,che stanno internati nel cuore di certe rame, eperlopiù sotto la scorza de’vecchi legnami.
A scortecciare quei ciocchi navigati, di cui ciserviamo a far fuoco , e la cui scorza agevol-mente vien via, si trovan giornalmente le cel-! le di questi tarli, che penetran quasimente sin1 al midollo . Or quest' uccello ha bisogno d’artigli adunchi, per aggavignare le rame, acui «'attiene. Le zampe lunghe noti gli servi-rebbono a nulla, perch’ei non deve far altro,che abboccare la preda, che sta appiattata sot-to la scorza. Ha bensì un’estrema necessità d’un becco duro, e appuntato; perciò eh’ei de-v*e tastare a forza di beccate, lunghesso le ra-me , dove il legno è voto, e tarlato . Egli s’im-pianta, dove sente, che la rama rimbomba, oToni. IL C suona