( Dialogo Terzo. 77
jjjj Sono parecchÈmesi, ch’io principiai a prenderlezione di scherma. Appena il mio maestro si
I, ,,' mise in guardia, per presentarmi il fioretto,y che il mio Muftì gli,s’attaccò alle polpe delle^ gambe, e poco mancò, che non gliele sbra-[ ( l nasse addiritura. Da allora in qua non si fon
potuti mai rappattumare . Bisogna tenerli!a; sempre separati.
_ Cont. Certa cola e, che tutte le bizzarriej l più ingegnose, che possa apprendere un cane,)t “ non sono in verun conto paragonabili a quell’... amore sì vi vo, e si forte, esse! serba versoi!
J, padrone: e ben si vede , che Iddio l’hames-* so al fianco dell’ uomo, per assisterlo, per
^ soccorrerlo, e per difenderlo. I servigi, chei nostri cani ci apprestano, sono tanti, e tast-ato diversi, quante sono le loro spezie. Il ma-ssimo , e l’alano guardan le nostre case intem-po di notte, e serban tuttala loro ferocia, ef 1 : malignità in quelle congiunture, in cui si cor-11 ! re pericolo d’essere assassinati. Il can da pa»'■flore fa ad un’ora far testa a’lupi, e tenere a™ freno la greggia . Tra i cani da caccia v’ è! E in prima il bracco , che ha le zampe oltre11S misura cortissime, affine di potersi intrudere, infra serba, infra le siepi, ed infra le mac-‘f’chie. V’è parimente il levriere, che oltre al-Kl lo avere il muso affilato, e la vita sottile, peresser più atto a romper l’aria, ha le zampe ben“' lunghe, e ben scarne, sicché non ingombramolto terreno, ed avanza nel corso la velo-181 cita della lepre , la qual ripone la sua fidu-®cia, e salvezza neli’agilità delle membra, e"i" nella destrezza della sua fuga. Il levriere è’f un contrapposto del bracco, sì nella stenti->® tura