Dialogo Quinto. 151
M.î la pianta, non meno abbasso , che in alto. InÌ0|i( alto; quando le fi mozzante rame: abballo;
Qii quando per qualche accidente le si sbarbano le:pt radici. Tutti quelli piccoli filamenti ne rac-la, chiudono in sè degli altri d’una sottigliezzaN impercettibile, che hanno pure i suoi nocchi, eHi; bottoni, con altri mezzi infiniti, per conser-ailîfc vare la pianta, e perpetuarne la spezie.mi; Chi vuol chiarirsi di quella ammirabil ma-li!;; nifattura , pongasi ad osservare un pianton-ai cello, o una propaggine. Un piantoncellodi n pian-le’jtt salcio, o d’uva spina, altro non è, cheunatoncello.oop. semplice vermena dell’una o dell’altra pianta;t®, che, a ficcarla sotterra, torna a rimettere laIqtó radice.
WG Similmente a piegare un ramo di vite, emi piantar la sua vetta dentro la terra, getta delleai®,; vene capillari per li nocchi, che vi restan se-ma; polii ; e tagliandosi il legno, che è collegato ? r °*,et al magliuolo, il capo del ramo , che sbuca p 8sm 'îfc fuor della terra per l’altra banda, di venta an-imi cor egli un nuovo magliuolo.
Le fravole gettano per se stesse da tutte le 1 fa r .jfila bande de' vilùcchi, o sermenti, che hanno de'pi nocchi . Questi poi stendono i loro capella- tralcitl Jji menti per entro la terra, e diventano altret- delleA, tanti piedi, o getti di fravola. L’acqua , il sa- lravoie -;|pj le, il bitume, l’aria, ed il fuoco, chesanger-jjjto; mugliare la nuova pianta, non hanno, nèin-jj t! ; gegno, nèabilità da disegnare, formare,di-gli sporre, e far giucare gli ordigni, che debbonyqé vivificarla. Dal che si vede, che tutte questenovelle radici, (il più delle volte invisibìli)chemiut scappan suora da’ nocchi de’ pianinoceli!, edelle propaggini, già v’ erano incorporate di5 ; K 4 pri-