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Tomo II.
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Di a i o g o Sesto. 203

^ tre al succhio proprio, chelle debbon conte-,nere, non saprei divisarmi , che vi potesseJtfiì e st er 3 itro , se non vesciche , fibre, e tra-"W chee, cioè piccioli vasi destinati a cribrare,® |s ? 0 a lasciar passare desughi sottilissimi, ede-

beatissimi. Dubito parimente , non questescorze, e radici ridotte in polvere, ericevu-te nenostri corpi, operino come tante spugnet-n ® te, idi cui pori, e pertugi siano adattati aliestrema piccolezza degli acidi, che lacerano, 0 che travagliano lammalato y e che riceven-doli, e bevendoli tutti per mezzo de loroohi medesimi pori, i quali non debbon esserelp tanto stretti, sicché non possan riceverli,àà tanto larghi, sicché non possano ritenerli,neIB it spoglino a poco a; poco il paziente , e con di-leguarsi ancoresse per qualche via, lo risaninoàà affatto. Questa mia conghiettura , la quale1 non è affatto inverisimile , me ne suggerisceMi- ora unaltra , cioè, che ne nostri paesi potreb-r tim. be trovarsi tale scorza, o radice, che produ-rli:. cesselo stesso effetto.

La radice della nostra genziana non la ce-li fe de, per dir così, alla chinachina nella vir-isi di fugare le febbri terzane, e quartane :ìm,- e questa pure, come voi potete notare , èuna radice.

Cav, Se tanto mi tanto , mi giova pareta sperare, che, facendosi dellaltreesperienze,m» si verrà maggiormente in cognizione delle no-iljtì sire ricchezze.

Cont. Signori, cotesto è un vero discorso diti» medicina. Vi son certe piante, il cui usò puòso®-' divertirci con più piacere . Ditemi di gra-ffi ria^ donde mai vengono quelle bevande ,i! che