Z.IBRO I. . ^
die ella si prenda per lutto e in tutìi gliesperimenti sempre eguale , così che per ri-spetto di essa non mai debba cangiarsi ] aproporzione. Par dunque che tutta la questionevoglia commettersi all’ esperienza, per chì sivegga qual sia la grandezza di ciascun effet-to , e quindi misurisi la grandezza della for-za ; in tanto che gli esperimentatori , che sihanno oggimai usurpata quasi tutta la filoso-fia , si usurperanno ancora questa controver-sia. Io non credo però, risposi io allora, chei metafisici la lascierai 1 loro godere assai tran-quillamente. Come ciò ? rispose il signor Mar-chese. Perchè , dissi io , se noi non avremodell’effetto se non quella idea che 1’ esperi-mentatore ci mostra, non ne avremo cheuna idea confusissima , e bene spesso mette-remo a luogo di effetto ciò che non è ; evorranno i metafisici svolgere essi et illustrarquesta idea, e dichiarare qual sia vero effet-to , e qual no, mostrando in che s’ adopril’azion della causa, e in che non s’ adopri.Nè, per mio avviso, avranno il torto; richie-dendosi a ciò un finissimo intendimento, ilqual può mancare all’ esperimentatore, chepoco della ragione, e quasi solo si serve de-gli ocelli e della mano. Io non avrei creduto,disse allora il signor Marchese , che dovesseessere tanto difficile il conoscer l’effetto diuna causa; potendosi, secondo che a me pare,facilmente avvertire che cosa sia quello chesegue posta l’azion della causa, e che nonseguirebbe non posta quella tale azione. Voidireste vero, risposi io, se egli bastasse.