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Volume II.
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MERO II. ? 35

cosa è da concedersi : sembra die il buonsenso detti; e tanto vari dietro i paurosi conquelle forme piene di modestia e di umilia-zione , protestando pure di non saper nulladi berlo, che è uno sfinimento ad udirli ;procedendo poi oltre col discorso, depongonotutta lumiltà a poco a poco, e stabilisconofinalmente le conseguenze loro con tantoorgoglio, quanto appena si comporterebbe adun geometra ; avvertono, che se furonotanto timidi nei principi, conveniva loro esserpiò. timidi nelle conseguenze. Rise quivi ilsignor D. Serao ; et io non nego, disse, chequesto errore non sia oggidì di molti, i qualicome giungono al fine del lor discorso, piùnon si ricordano la debolezza di quei prin-cipi , sopra cui lo fondarono, e vogliono spac-ciar per sicura una conseguenza che hannotratta da principi non sicuri. Non così peròparmi che faccia Giovanni Bernulli in quelsuo nobilissimo ragionamento, dove dallacontinuità della natura passa a dimostrare nondover esser nel mondo alcun corpo durissimo,e ne leva via per fino la supposizione. Voisapete che lAccademia di Parigi , supponendoi corpi durissimi, avea chiesto che si cercas-sero quelle leggi del moto che più loro siconvenissero. Rispose Bernulli, che non poteanquelli supporsi, essendo contrarj alla conti-nuità. Io non mi ricordo bene le sue ragioni;ma se dovesse argomentarsi per via dell au-torità , et io volessi valermi di quella di uncosì granduomo che ha creduto non potersupporsi in verun modo i corpi durissimi,