LIBRO III. 27 !>
temessi di dover esser troppo lungo ; il perchè-loegiio fia die voi vi prendiate per conce-duto quello di die io tuttavia dubito, cioèobe l’azione in quei due casi sia sempre lastessa, e passiate finalmente alla dimostrazioneolle tanto desideriamo. Io non potrei passar-vi, disse il Signor D. Felice, con animo assaiquieto, rimanendo in voi un tal dubio. Forseavreste l’animo men quieto, risposi, se io vene esponessi la ragione; però credo esser me-glio die voi entriate subito e francamentenella dimostrazione, lasciando a me tutta l’in-quietudine del dubitare. Allora il sig. D. Seraoa me rivolto , voi, disse, vorreste fuggir fa-tica ; ma la signora Principessa non vi per-metterà di tacervi, e tenerci nascosta la ra-gione del vostro dubio; cbe come al signor1). Felice diede carico di dichiararci la dimo-strazione del Padre Piccati, così a voi diedequello di giudicarne; e se fia d’uopo, noi lapregheremo tutti die il vi imponga di nuovo.Allora la signora Principessa ridendo, io nonson solita, disse, comandare la stessa cosadue volte; ma se pur convenga di farlo, im-pongo sempre la seconda volta un castigo a«dìi non ha obedito abbastanza alla prima. Voivolete, disi io allora, stringermi a tutti 1Jììodi; e la colpa sarà pur vostra, se disten-dendosi soverchiamente questo nostro ragio-namento , l’ora del riposare vi si farà tarda ;perchè già panni cbe il chiaror della lunanlie percuote là nell’onde del mare, comincia venir meno, sentendo forse il nuovo dì dies ’avvicina. Non ; disse la signora Principessa;