LIBRO III. 307
comune a tutti gli uomini, come quello èdello spazio, del tempo, del modo, della re-lazione , della sostanza, et altri molti; io nonso , per qual ragione temer si debba che iMetafisici vi si sieno ingannati, non ingannan-dovisi nessun altro ; perchè siccome niuno èche si inganni nel concetto dello spazio e deltempo, così che gli confonda l’un con l’altro,similmente panni che dir si possa dell’azio-ne; di modo che, se il premere sia agire , ese colui che preme, faccia azion niuna, parmiuna quistione da dover potere essere scioltanon men dal vulgo che dai filosofi. Vedeteche io non amo troppo i metafisici, rimet-tendo la quistione anche al popolo. Voi gliamate troppo , disse il signor D. Serao, vo-lendo che i meccanici si accomodino al sen-timento loro. Anzi io voglio , risposi, che siaccomodino al sentimento del popolo; perchèqual è del popolo che non conti il premeretra le azioni? chi è che possa indursi nell’a-nimo che l’azione non sia più azione, se perventura ne sia impedito 1’effetto? Potete stu-diarvi quanto volete, disse quivi la signoraPrincipessa, e ingegnarvi di parer popolare,che quanto a me vi avrò sempre per un grandeamatore della metafisica; il perchè non possonon maravigliarmi che voi vogliate levar viaquella bella concordia che il Padre Riccatia vea con tanto ingegno proccurata tra la com-pnsizione del moto proposta dai meccanici,. e .Vuguaglianza dell’azione e dell’effetto sta-nlita dai metafisici. Io non voglio levar via
‘lucila
concordia, risposi; anzi dico che senza