PARTE PRIMA ^15
ma per altro; e certo colui che si offre allamorte o per la patria o per l’amico , nonpare che cerchi a se stesso niun piacere : nonè dunque da credere che sia riposta nel pia-cere tutta la felicità; et Epicuro et Aristip-po, che se ’1 credettero ; si ingannarono.
Ma, dirà alcuno, le azioni stesse virtuosenon per altro si fanno che per quel piacereche nasce dalla virtù ; par dunque che tuttele azioni si facciano pel piacere. Et io rispon-do , che gli uomini costumati e gentili fannobensì le azioni virtuose con piacere, ma nonper lo piacere. Colui che fa beneficio all’ a-mico, lo fa certamente con piacere ; ma eglinon mira a ciò , mira più tosto al comododell’amico; altrimenti servirebbe non l’amico,ma se stesso. Che se il virtuoso dirigesse leazioni sue al piacere , egli dovrebbe talvoltaseguire il vizio , abbandonar la virtù ; con-ciosiacosachè meno piacere si tragga da que-sta che da quello. Che gran piacere poteapromettersi Scevola allorché stese la manosu ’1 fuoco ad abbruciarla ì
Pur, diranno gli Epicurei , si vuole il pia-cere non per altro fine, ma per se stesso ;dunque esso contiene la felicità. Al che ri-spondo, che potrebbe similmente dirsi dellavirtù, la qual si vuole non per altro fine, maper se stessa. Siccome dunque noi concediamoloro che la felicità non è posta nella solavirtù, così dovrebbono essi concederci chenon h posta nel piacer solo.