PARTE PRIMA /j'Jt
ina famio due di verse quistioni. Ad ógni modo ,benché potessero Je due sentenze di leggericomporsi e tenersi amendue per vere, nonmolto piacque ad Aristotele quella Platonicafelicità, e principalmente si rivolse a levarvia l’idea astratta della bontà con F argomentoche segue.
Acciocché si desse l’idea astratta della bon-tà , bisognerebbe che tutte le cose che noidiciamo buone , avesser comune non solo ilnome, ma anche una certa forma di bontàche fosse in tutte la medesima -, poiché questaforma tratta fuori e svelta, per così dire,dalle cose singolari, sarebbe appunto P ideadella bontà. Ora quante cose diciamo buone,le quali però niente hanno di comune se nonil nome 1 Chi dirà essere la medesima formadi bontà nella virtù e nel cibo, benché buonisi dicano e l’uno e l’altra? Così argomentavaAristotele molto sottilmente contra il suo mae-stro.
CAP. VI.
La felicita e posta nella somma, eli tutti i beniche convengono alla natura .
Dicendosi, la felicità esser posta nella sommadi tutti i beni che convengono alla naturadell’uomo, pare che niente venga a stabilirsi,se prima non si stabilisca quali beni sienoquelli che alla natura dell 1 uomo sono conve-nienti. Imperciocché anche gli Epicurei potreb-be» dire, la felicità esser posta nella somma