PARTE PRIMA /p5
distinguerà più dalle fiere. Par dunque cheniente più gli convenga che far le azioni ra-gionevoli e virtuose , e questo esercizio prin-cipalmente si ricerchi alla felicità.
E perchè l’azion virtuosa può esser fattain due maniere, per abito e senza abito ; efacendosi per abito , si fa facilmente , facendosisenza abito, si fa difficilmente e con pena ;però è chiaro che alla felicità quella azion sirichiede che si fa per abito ; imperocché nonessendovi l’abito, l’azion sarebbe faticosa, ela felicità non vuol fatica. Così argomentavaAristotele , contro cui due ragioni sono statemosse, alle quali brevemente risponderemo.
E prima hanno detto, ogni azione esserdiretta a qualche fine: come dunque potrebbeporsi in una azione la felicità, la qual nonpuò esser diretta a niun fine, essendo essa ilfine ultimo ? E quelli che còsi argomentano,non abbastanza intendono quel che dicono , enon veggono che il fine dell’ azione può essereo fuori dell’ azione, o nell’ azione istessa. Spie-ghiamo questa distinzione. Il fine può esserefuori dell’azione, come quando lo scultore fala statua, la quale e il fine, et è fuori del-1 azione -, e quindi è, che finita 1’ azione, ri-mane tuttavia la statua. Al contrario può il fineessere nell’ azione istessa, come quando unoballa per sollazzarsi, il cui fine è il sollazzo, cheè posto nell’ azione stessa del ballare j e quindiè, che cessando il ballo, cessa il sollazzo. L’a-zione , il cui fine è in lei stessa , può dirsiinsieme azione e fine, facendosi non per altroche per lei stessa. E tale è l’azion virtuosa,