Band 
Volume II.
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472 FILOSOFIA MORALE

che gli rimangono , e massime dal piaceredell onestà.

Questa definizione della fortezza non è guaridiversa da quella che fino dai tempi di Pla­ tone ci hanno lasciata quasi tutti i filosofi,proponendo , come materia di fortezza, tuttele cose che vagliono a rattristarci e far pau-ra. Et io credo facilmente che Aristotele nondaltra maniera intendesse quella virtù cheegli chiamò , gii altri hanno inter-

pretato fortezza, e si direbbe forse megliovirilità.

Sebbene son di quegli, i quali credono cheAristotele restringesse quella virtù sua ai pe-ricoli della guerra ; e certo volendo proporneesempi, sempre gli trasse dal valor militale.Ma forse ciò fece, perchè essendo materiadella fortezza tutte le cose terribili, egli volletrarre gli esempi dalle più illustri. Parmi poiche Aristotele , dove tratta di quella suavirtù che chiara àvdptia. abbia voluto, nongià definirla, ma descriverla più tosto e com-mendarla ; il che potrà ognuno facilmente in-tendere , leggendo quel capo. Non può dunquecosì di leggeri accertarsi sotto qual definizioneegli la comprendesse.

Gli estremi della fortezza, almeno in quantorisguarda i pericoli , sono laudacia e il ti-more. Laudacia è di colui che troppo sprezzai pericoli, e non usa quelle cautele che ra-gion vuole 5 il timore è di colui che troppose ne turba, e però gli sfugge quando do-vrebbe incontrarli. È proprio del timido usarmolto più cautele che non bisogna ; sebbene,