PARTE QUINTA 583
un bene • ma non è da dirsi per ciò cheegli sia il sommo bene. A cotesto modo po-teva anche dimostrarsi che la virtù sia ilsommo bene, perciocché essa pure si appe-tisce e si vuole per lei stessa , e non per al-tro fine• ma ciò fa che ella sia un bene , nongià che sia il sommo bene. Però non altropuò quindi raccogliersi, se non che essendola virtù un bene, et anche un bene il pia-cere , venga per la congiunzion d’ amendue aformarsi quel sommo inestimabil bene a cuitendono tutti i desiderj dell’ uomo, e che noichiamiamo felicità.
Pur dirà alcuno: Se un colpevole non avesseVerun incomodo, nò quello pure della sinde-resi, e fosse intanto ricolmo di tutti i pia-ceri , chi potrebbe dire che egli non fossefelice ? Che importerebbe a lui della colpa,quando niun male gliene avvenisse ? È dun-que riposta la felicità nel piacer solo.
Et io dico che il colpevole, il quale haperduta la sinderesi, quand’ anche avesse tuttii piaceri, non dovrebbe però dirsi felice, es-sendo che la felicità, secondo l’opinion ditutti, è uno stato a cui si ricercano due cose \P una e di render P uomo quieto e tranquillo ,V altra e di renderlo tale, quale esser dee.Ora il colpevole, quand’ anche abbia tutti ipiaceri, se però è colpevole, non è tale,quale esser dee, ma è brutto, deforme, mo-struoso , orribile , detestabile alla natura} nonpar dunque che possa dirsi felice. Nè vale ildire, che a lui poco importi della sua de-formità 5 cercandosi qui, se egli sia veramente