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Volume II.
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PARTE QUINTA . 5 89

degnissimo de i sommi piaceri, e, come diceAristotele , deoipt^èfftaro; , cioè amicissimo ecarissimo a Dio , è ben da credere che egliriceverà, quando che sia, il premio che hameritato. Che se la natura è così bene ordi-nata nel reggimento de*mondani corpi, chesecondo i fisici sempre sceglie le disposizionie le forme più perfette e più vaghe, per qualragione crederem noi che nel regger gli uo-mini , e nel condurgli al lor fine, debba es-ser trascurata e senza niun ordine ? Perlochèfan male e mal proveggono a lor medesimitutti quelli, che allontanandosi dalla virtù siabbandonano al piacere ; imperocché perdendoora la virtù che non curano, perderanno unavolta anche il piacere che tanto cux-ano. Etal contrario gli onesti debbono sperar moltonella providenza della natura e nella divinaamicizia ; e studiandosi di esercitar la virtùnon affrettarsi gran fatto di conseguir il pia-cere; perchè se la natura il concede ora a imalvagi, quanto più dovrà esserne cortese elarga a i virtuosi, quando che sia ? Così quelliche seguono la parte più nobile della felici- , che è la virtù , conseguiranno una voltaanche la parte meri nobile, ma però dolce ecara, che e il piacere ; laddove i malvagiavran perduto ogni cosa. Ma torniamo al pro-posito.

Abbiamo fin qui dichiarato, come il desi-derio della felicità sia lincitamento di tuttele azioni, possa estinguersi per niun modo.Resta che dichiariamo , come egli, secondoche insegnano i filosofi, non abbia termine