PARTE QUINTA 09 I
Scevola , allora quando con fortezza inaudita everamente romana abbrucio la mano, se eglistesso volle abbruciarla? E Curzio e Catone altresì furori contenti, allorché si ammazza-rono; giacché il vdllero essi stessi, credendodi fare azione onesta ammazzandosi; e la fe-cero per questo, perchè credette!’ di farla.E di vero benché l’uomo contento si accostialquanto alla felicità, non è però felice ; tantopiù che quello stato di contentezza, a cuibastano pochi beni, suol, essere d’ordinariopoco durevole, salvo se non sia fondato invirtù ; perchè gli altri beni sono esposti allafortuna, che prestamente gli dona e gli to-glie ; e molti ancora per lo troppo durarestancano, e vengono a noja et a fastidio ,onde manca la contentezza. Ma regniamo alproposito.
Io dico che il desiderio della felicità va eprocede all’ infinito primamente in questo mo-do. Egli è certo che Fumana felicità, siccomequella che e finita, nè può essere altrimenti,tale ancora esser dee che sempre le si possaaggiugnere qualche cosa, onde vie più crescae si faccia maggiore , essendo questa la diffe-renza che passa tra le finite cose e le infi-nite ; che siccome alle infinite sempre si puòdetrarre , cosi alle finite sempre si può ag-giungere ; e per questa ragione due felici pos-sono essere l’uno più felice dell’ altro, comealtrove abbiamo dichiarato. Ora se così è,qual sarà quei felice il qual sì creda d’esserfelice abbastanza ? E chi sarebbe, che avvi-sato d’ima maggiore felicità, non la cambiasse