PASTE QUINTA 6o5
1' uomo all’ imperio dulia fortuna e all’ inso-lenza del caso. Imperocché chi sarà colui,che sentendo in se stèsso il piacere della vir-tù, et aspirando al riposo d’un’eterna et im-mutabile tranquillità, non tenga per nulla luttii beni di questa terra , e non si rida dellafortuna che gli dispensa ? E qual sarà la scia-gura che a lui paja grave, solo che in essaesercitar possa la virtù ? E qual male crederàegli che sia male, se nou la colpa ? Anzi leavversità, per cui si adopra la pazienza , e ipericoli, che aprono largo campo alla fortezza,e 1’ esigi io e il disonore, e la malattia e lamendicità, in cui risplendono 1’ intrepidezzae il valore, dovranno parergli più tosto doni,che ingiurie, della fortuna, la qual disponen-dogli questi accidenti, che gli uomini cliiamansventure, gli appresta i mezzi di usar virtù,e conseguire una eccellentissima et esquisitis-sima felicità. E con questo animo sarà il vir-tuoso prontissimo e speditissimo a tutti gliulFicj della temperanza e della giustizia, nullapotendo in lui tutti gli altri beni a petto dellavirtù; i quali nè pure giudicherà beni, nè glistimerà pur degni di desiderio. Così ristrettoe raccolto tutto nella virtù, sprezzerà i colpidella fortuna , e sarà d’ animo eccelso e im-pertubabik, e non avrà che invidiare al fastoet all’ orgoglio degli Stoici. Il perchè moltomi maraviglio che alcuno dubiti di abbracciarequesta fdosofia così animosa.
Ma molti sono i quali temono di accostarsia Platone , parendo loro che quella contem-plativa felicità possa e debba render felice