O^o PARADOSSI
Come lo studio della gramatica cominciò aque’ tempi che cominciò l’uso della stampa;così dovettero i gramatici, a raccoglier le va-rie forme del dire e farne regole, dovetter,dico, valersi di manoscritti, o di stampe tratteda manoscritti. I quali manoscritti per I 1 igno-ranza e per l’incuria de’ copisti, essendo mas-simamente ricopiati 1’ un dall’ altro , non po-tevano non esser pieni di scorrezioni e d’errori,con mancanze e aggiunte di parole , e fors’ an-che di righe. Or non potevano certamente igramatici valersi ognuno degli stessi esemplari,nè far comparazione degli stessi, come sarebbestato mestieri, perchè non nascesse discordiatra loro. E nelle diversità de’ manoscritti chipotea giudicare sicuramente qual fosse il vero ?Veduti alcuni manoscritti, sarebbesi stabilitaalcuna regola, che poi, vedutone altri, fosseda rifiutarsi, e bisognava avere lo stesso ti-more a qualunque precetto stabilir si volesse.
A leggere il solo Decamerone sarebbesicreduto che almeno in prosa fosse da dirsisempre niuno , non mai nessuno ; il che nonpotrà credersi leggendo gli altri eccellenti scrit-tori del 1 3oo, anzi leggendo le altre operedel Boccaccio stesso. Dovette credere il Bembo che dir si potesse in lo , in la , avendo vedutotal maniera nel Petrarca . S’avvenne in un ma-noscritto dell’opere del Petrarca , nel quale invece di in la era nella, e stabilì che quella ma-niera non fosse da usarsi. Il Ruscelli dice d’a-ver veduto Io stesso manoscritto, e danna an-ch’egli quella maniera, e nega che certo sonettopossa essere del Molza , scrittor politissimo,