PARADOSSI
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XXXIII.
Se pare assurdo che una bontà eternamenteinfelice sia da anteporsi ad una malvagità eter-namente contenta , ciò forse e , perche si sup-pone un assurdo, supponendosi una bontà etei-namente infelice, e una malvagità contentaeternamente. Non dee credersi che il Facitoree Governatore dell’universo sia mai per volerciò. L’assurdo dunque non è nella proposi-zione stessa, ma nel supposto.
XXXIV.
Par certo che il piacere sia non la virtù,ma il premio della virtù; e che nel piacereveramente consista ciò che noi chiamiamo fe-licità. Chi si propone, come ultimo fine, ilpiacere, intendendo quel piacer sommo che saràpremio della virtù, poco o nulla si scosta dachi si propone, come ultimo fine , la virtùstessa. Chi ama quel piacer sommo , non puònon amar la virtù, che è runico mezzo diconseguirlo ; e se ama la virtù per se stessa,trovandola degna d’ essere amata, non lasciadi amarla anche perchè è mezzo che conduceal sommo piacere. Questi due amori si strin-gon benissimo e si abbracciano insieme l’un1’ altro.
Chi si propone, come fine, in ogni azionsua quel piacere che allora gli si presenta, enon quel sommo che sarà premio della vir-tù fa male. Ed è sciocco 1’ argomento : io fo