Dialogo Quinto. 159
t! ' no lasciai accidentalmente alcuni granelli dif 1 ® formento sul mio calamaio. L’umidità della'® ttf spugna , onde era fasciato il suo vaso pien d’ac-q U a , se germogliare quelle granella , ch’erandisotto. Allungatasi la bârbolina non fi curòper allora di attaccarsi al margine del cala-11 ^ maio per andare a trovare il suo centro ; mawè sollevandoli Verso il Cielo tra la spugna e 1 va-n«it so predetto, s’incamminò alla volta del buco,llK ® onde l’acqua stillava fu per la spugnae tantofan, fece, che alla per fine arrivò sin ali’ acqua,to® Or dico io; aveva forse quella codetta inten-di;. zioned’arrivarecolàl Certo nò. Ma il vapo-ri® re , o umidità , eh’esalava dalla spugna , eprincipalmente dall’ orificio del vaso, insi-Jsfolli nuandosi nel corpo della medesima, le faceaprendere una direzione contraria, ed attrae-vi® vaia a sè. Dal che fi vede, che, se la radiceidra delle piante inchina sempre verso la terra, elì/» 1 vi si profonda, ciò proviene dalla attività de-îgtsi gli umori, che ve la tirano .
, di Contes. Cotesta spiegazione mi quadra. Ma:c» non so poi, come farete a mostrarmi, che labbi direzion del gambo verso del Cielo, e quellatwii: disposizione, che hanno quasi tutte le piantetip di starsi impettite, con un’ aria altrettanto no-bili bile, quanto graziosa, che abbellisce tuttalaalfe natura, provenga dall' impulso dell’ aria.i,i» Trior. Spuntate, che siano le due foglie sò-lfe minali fuor della terra, ed arrivate felicemen-ne tea godere dell’aria esteriore, è fatto tutto.[UitK A strappar queste foglie dal germe, la piantaili; sicuramente ammortisce . A lasciargliele ,lan;, la medesima quanto prima si solleva verso
Vip il Cielo , e vi si solleva per linea retta.
, Dissi